Il Sospetto

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Il sospetto è uno di quei film che ti lascia un senso di vuoto e impotenza una volta terminata la visione. Sopratutto perché l’argomento trattato, la pedofilia, è uno di quei temi che generalmente colpiscono l’uomo nel profondo. Il regista, Thomas Vinterberg, ci mostra come un’accusa infondata, e lo spettatore lo sa dall’inizio, possa distruggere la vita di un uomo rispettato da tutta la comunità. Le parole di una bambina vengono subito considerate certe perché “i bambini hanno sempre ragione” e nessuno crede all’innocenza dell’uomo.

Vinterberg è bravissimo nel renderci partecipi di questa caccia (il titolo originale Jagten infatti significa Caccia e rende alla perfezione l’intera visione del filmall’uomo, in maniera quasi soffocante e opprimente; è semplice parteggiare per il protagonista, perché sappiamo che non ha commesso alcun reato, ma quante volte nella realtà ci ritroviamo dalla parte opposta? È molto più facile cadere nella trappola in cui cadono gli abitanti della comunità e accusare qualcuno senza nessuna prova certa. 

Infatti le sequenze finali dimostrano quanto sia in realtà difficile riuscire a superare un’accusa del genere, anche dopo la piena assoluzione.

Magistrale l’interpretazione di Mads Mikkelsen, attore danese che meriterebbe sicuramente ampi riconoscimenti, nel ruolo del protagonista disperato e turbato ma allo stesso tempo deciso a chiarire la sua innocenza.

Consiglio a tutti la visione di questo, per me, capolavoro, perché è una lezione di vita, oltre che un bellissimo film. A cui avrei anche dato l’Oscar come miglior film straniero nel 2014, al posto del nostro La grande bellezza.

“The world is full of evil but if we hold on to each other, it goes away.”

 

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Io e il calcio

Torno a scrivere sul Blog dopo tanti mesi e per parlare di qualcosa di molto distante dal cinema: il calcio.

Perché amo il calcio? Me lo chiedo almeno da una decina d’anni. È bello indubbiamente, ma a livello puramente estetico preferisco nettamente altri sport: tennis, pallavolo, atletica leggera tra tutti. Però nessuno riesce a farmi appassionare quanto quei rudi che corrono dietro a una palla. Detesto ciò che gira intorno al mondo del pallone e credo che ormai sia rimasto davvero poco del lato romantico che mi aveva fatto innamorare da bambina, però non riesco ad arrabbiarmi per un acquisto assurdo della mia squadra o perché la mia nazionale fa sempre peggio nei grandi palcoscenici. Viene fuori tutta la mia tifoseria media italiana e questo vuol dire che tra me e il calcio, purtroppo, sarà sempre amore. Ma sono una vecchia romantica e mi piace pensare alle bandiere, a coloro che giocano non solo per i soldi ma anche per i colori di una maglia. Ormai i calciatori cambiano squadra alla velocità della luce e faccio fatica a ricordarmi dove giocano! Trovare delle bandiere nella serie A attuale è raro, son rimasti solo Totti nella Roma, Di Natale nell’ Udinese e Conti nel Cagliari. Ma è più facile trovare chi in tre anni di carriera gioca in almeno sedici squadre diverse.
Mi dicono che questo sia il calcio moderno e devo adeguarmi, io probabilmente son vecchia dentro ma rimpiangerò sempre i miei Maldini e Costacurta mentre dei vari Ibra posso farne a meno.
Mi piace pensare che prima o poi ci sarà un ritorno al passato, utopia ma sognare fa bene. In fondo non ho detto che spero che il Milan vinca lo scudetto!

Oscar 2014

oscar_imageL’ultima edizione degli Oscar non ha riservato particolari sorprese e, personalmente, sono rimasta molto soddisfatta.
Iniziamo dalla statuetta più importante, quella come miglior film, andata a 12 anni schiavo: sicuramente era il favorito della vigilia, per molti il prodotto tipico che strizza l’occhio all’ Academy ma oggettivamente è un ottimo film, forse a tratti pesante ma comunque con dietro un regista davvero capace (infatti consiglio vivamente la visione di Hunger e Shame due titoli davvero belli) e un cast di grande livello. Inoltre ha vinto anche i premi come miglior sceneggiatura non originale e come attrice non protagonista. Ed io avrei premiato come regista  McQueen, in realtà la mia prima scelta sarebbe stata Spike Jonze ma visto che non è stato nemmeno nominato il tifo è andato a 12 anni schiavo, invece il premio è andato a Cuaron per il suo Gravity, film godibile ma non mi ha mai convinto come ‘film da Oscar’ (però devo premettere che non l’ho visto al cinema e secondo molte persone l’unica visione per questo film è appunto il cinema e in 3D).
Parlando di Gravity è stato il film più premiato, vincendo sette statuette su dieci nomination, ampiamente pronosticabili quelli tecnici: Migliori effetti speciali, Miglior fotografia (quello più ‘criticato perché il film è girato in gran parte in CGI), Miglior montaggio, Miglior colonna sonora, Miglior sonoro e Miglior montaggio sonoro.
La più grande sorpresa, gradita, l’ha regalata la vittoria come miglior sceneggiatura originale di Her di Jonze, il film che ho preferito in assoluto tra tutti i candidati e tuttora penso sia stato un delitto non candidare Phoenix tra i migliori attori.
Ed è appunto questa la categoria più discussa, in molti speravano potesse vincere finalmente DiCaprio ma anche stavolta è rimasto a bocca asciutta, infatti ha ricevuto il riconoscimento Mattew McConaughey per la sua (splendida) interpretazione di un malato di AIDS. Le critiche si sono sprecate e tutti a gridare quasi allo scandalo ma la verità è che McConaughey ha meritato ampiamente quel premio, nemmeno la vittoria di DiCaprio sarebbe stato un furto a mio parere ma i buon Mattew in Dallas Buyers Club ha dimostrato di essere un attore con la A maiuscola, non un semplice attoruncolo da commedie e solo chi non ha visto il film può sparare a zero.
Dallas Buyers Club ha regalato anche il premio al miglior attore non protagonista a Jared Leto: anche questo meritato e Leto dimostra di essere un attore notevolmente in crescita ma a gusto personale avrei premiato Michael Fassbender per 12 anni schiavo.
Tra le attrici invece hanno dominato la scena Cate Blanchett per quello come miglior attrice protagonista (probabilmente l’Oscar più scontato alla vigilia ma oggettivamente in Blue Jasmine ci ha regalato una delle sue migliori interpretazioni, forse seconda solo a Elizabeth) e Lupita Nyong’o come miglior attrice non protagonista.
Poi c’è stato il premio che ha fatto contenti (quasi) tutti gli italiani: l’Oscar come miglior film straniero per La grande bellezza. Dopo quindici anni finalmente un film italiano è tornato ad essere protagonista nella serata più importante per il cinema, Sorrentino con un ottimo film (può non piacere e risultare pesante ma ha un attore protagonista, Servillo, fantastico e una regia degna di questo nome) ha conquistato i giurati e poco importa se per farlo ha strizzato un po’ troppo l’occhio agli americani perché per una volta dobbiamo riconoscere a un nostro talento la sua effettiva bravura. Io a mio gusto ho preferito Il sospetto nella sua categoria ma sono felice abbia vinto Sorrentino sia per un possibile rilancio del cinema italiano sia perché stiamo comunque parlando di un buon prodotto e non di un film mocciano.

Film da riscoprire – Gattaca (1997)

gattaca2203Gattaca, oltre ad essere ampiamente sottovalutato, è uno dei miei film di fantascienza preferiti.
Ciò che ho sempre apprezzato è l’aspetto psicologico della pellicola e l’analisi di una moderna lotta di classe, dove non abbiamo ricchi e poveri ma ‘validi’, ovvero individui geneticamente perfetti, e ‘non validi’, nati in maniera naturale e destinati a doversi accontentare di lavori umili ed essere esclusi dai vertici della società.
Ed è in questo scenario che ci troviamo di fronte a un uomo, un ottimo Ethan Hawke, geneticamente non perfetto ma disposto a tutto pur di coronare i suoi sogni.
Il film non entra troppo nello specifico dell’ aspetto scientifico e tecnico, nonostante alcuni chiari riferimenti alla genetica, ma vuole più che altro analizzare i rapporti umani e sociologici.
Infatti Gattaca affronta il tema del diverso in un’ ottica che potrebbe sembrare lontana dal nostro mondo ma l’eugenetica (perché di questo si tratta anche se in maniera estremizzata) è qualcosa di estremamente reale.
È un film che offre diversi spunti di riflessione ed è assolutamente da guardare almeno una volta.
Non ho mai apprezzato totalmente la fine, troppo buonista per i miei gusti, anche se è giusto non essere totalmente cinici e disillusi.
Oltre ad Hawke il cast comprende Uma Thurman, Jude Law e Alan Arkin, diretti in maniera davvero buona da Andrew Niccol, alla sua prima prova da regista.

‘Ci ho guadagnato di più io: non ti ho prestato che il mio corpo; tu mi hai prestato i tuoi sogni.’

Dylan Dog – Il film (2010)

dylan-dog-film-largeDylan-Dog-il-film.jpgDylan Dog – Il Film è senza dubbio uno dei peggiori film che abbia visto negli ultimi cinque anni.
Sapevo dall’ inizio che mi avrebbe deluso ma per non fare la pseudointellettuale snob lo guardai ugualmente.
Risultato: un simil splatter di serie B che non ha nulla in comune con l’omonimo fumetto da cui è tratto.
Ovviamente chi è fan del personaggio bonelliano reputa assurda una trasposizione del genere, dove non riesce minimamente a riconoscere gli elementi che gli hanno fatto amare quell’antieroe di carta.
Perché il film di Dylan Dog conserva solo il nome e l’abbigliamento del personaggio, tutto il resto è lontano anni luce.
Non mi sono arrabbiata perché è ambientato a New Orleans anziché a Londra, certo è improbabile vedere Dylan tranquillo in un’ altra città ma non è un vero problema, nemmeno perché non c’è Groucho, nonostante sia un personaggio fondamentale, e neanche per il colore del maggiolone o perché indossa delle Converse al posto delle Clarks (dovevano americanizzarlo in tutto ovviamente), ciò che mi ha profondamente deluso è l’assenza totale dell’atmosfera malinconica, ma al tempo stesso romantica, che si respira nel fumetto.
Non basta mettere un belloccio per interpretare un personaggio come Dylan, con mille sfumature e con una personalità ben definita.
Invece Brandon Routh, oltre ad avere un viso completamente inespressivo, non riesce a dargli la giusta profondità, ovviamente non potevo sperare di vedere Rupert Everett (Sclavi si ispirò a lui per l’aspetto di Dylan) ma almeno qualcuno che si avvicinasse di più e magari britannico!
Probabilmente a chi non conosce l’investigatore dell’ incubo il film può risultare gradevole ma si fa un’ idea completamente sbagliata del fumetto.
E mi chiedo se fosse davvero necessario questo adattamento, alcune opere devono restare sulla carta per evitare di far danni e creare inutili delusioni.

‘La figata di essere un morto vivente? Non devi fare più jogging.’

Shakespeare e il cinema – Amleto

Le opere di Shakespeare sono state portate spesso sul grande schermo, con risultati più o meno positivi.

Parlare di tutte le trasposizioni sarebbe però lungo e noioso quindi mi limiterò a quelle che più mi hanno colpito e che non insultano (sempre secondo il mio parere) il drammaturgo inglese.

Inizio con l’Amleto, l’opera che dal 1900 ad oggi ha avuto più adattamenti, almeno un centinaio, e con almeno diverse  pellicole ‘fondamentali’.

La prima è quella del 1948 diretta e interpretata da Laurence Olivier, attore che portò spesso anche a teatro personaggi shakespeariani e per il suo Amleto vinse l’Oscar sia come miglior film sia come miglior attore protagonista.
Si tratta di una trasposizione abbastanza fedele alla tragedia del principe danese e Olivier dedica ampio spazio all’aspetto psicologico della vicenda e tralascia invece quello politico. Quest’ultimo aspetto invece trova ampio spazio nel film sovietico del 1964 di Grigori Kozintsev, infatti nel suo Amleto c’è poco spazio al lato introspetivo (vengono tagliati quasi tutti i monologhi) e per questo è stato spesso criticato. Però il risultato finale è comunque molto interessante.
Altro titolo importante è la versione del 1990 di Franco Zeffirelli, trasposizione con notevoli tagli ma con un cast stellare: Mel Gibson da il volto ad un Amleto abbastanza credibile mentre Glenn Close interpreta magistralmente la madre del principe danese, Helena Bonham Carter nel ruolo di Ofelia e Ian Holm in quelli di Polonio.
Personalmente, nononostante il buon cast e una bella atmosfera, non ho mai apprezzato del tutto questo adattamento, trovandolo quasi incompiuto.
Sei anni dopo il film di Zeffirelli è Kennet Branagh, il simbolo moderno di Shakespeare al cinema, a portare la tragedia sul grande schermo e lo fa in maniera differente dai suoi predecessori: trasporta integralmente l’opera senza tagli.
Il risultato è un film di quattro ore (dimezzate per la versione televisiva e questo significa non rispettare assolutamente l’intento del regista) che cerca di essere il più fedele possibile al testo originale e, soprattutto, dà ampio spazio alla psicologia di tutti i personaggi e non solo ad Amleto, come accadeva nei film precedenti. Il tutto rende il film buono e accattivante, grazie anche a un cast perfetto (oltre a Branagh nei panni di Amleto abbiamo una giovane Kate Winslet interpreta Ofelia, Julie Christie da il volto a Gertrude), ma la durata, anche se ha il merito di analizzare perfettamente tutte le sfumature dell’ opera, e la lentezza non aiutano lo spettatore ad apprezzarlo totalmente.

Come altri lavori di Shakespeare anche Amleto ha avuto adattamenti in epoca moderna, quello degno di nota è diretto da Michael Almereyda ed interpretato da Ethan Hawke. Solitamente non amo le ambientazioni moderne però se, come in questo caso, il lavoro è ben fatto, la resa finale è qualcosa di unico ed estremamente gradevole.