Il Sospetto

ilsospetto_mikkelsen


Il sospetto è uno di quei film che ti lascia un senso di vuoto e impotenza una volta terminata la visione. Sopratutto perché l’argomento trattato, la pedofilia, è uno di quei temi che generalmente colpiscono l’uomo nel profondo. Il regista, Thomas Vinterberg, ci mostra come un’accusa infondata, e lo spettatore lo sa dall’inizio, possa distruggere la vita di un uomo rispettato da tutta la comunità. Le parole di una bambina vengono subito considerate certe perché “i bambini hanno sempre ragione” e nessuno crede all’innocenza dell’uomo.

Vinterberg è bravissimo nel renderci partecipi di questa caccia (il titolo originale Jagten infatti significa Caccia e rende alla perfezione l’intera visione del filmall’uomo, in maniera quasi soffocante e opprimente; è semplice parteggiare per il protagonista, perché sappiamo che non ha commesso alcun reato, ma quante volte nella realtà ci ritroviamo dalla parte opposta? È molto più facile cadere nella trappola in cui cadono gli abitanti della comunità e accusare qualcuno senza nessuna prova certa. 

Infatti le sequenze finali dimostrano quanto sia in realtà difficile riuscire a superare un’accusa del genere, anche dopo la piena assoluzione.

Magistrale l’interpretazione di Mads Mikkelsen, attore danese che meriterebbe sicuramente ampi riconoscimenti, nel ruolo del protagonista disperato e turbato ma allo stesso tempo deciso a chiarire la sua innocenza.

Consiglio a tutti la visione di questo, per me, capolavoro, perché è una lezione di vita, oltre che un bellissimo film. A cui avrei anche dato l’Oscar come miglior film straniero nel 2014, al posto del nostro La grande bellezza.

“The world is full of evil but if we hold on to each other, it goes away.”

 

Dylan Dog – Il film (2010)

dylan-dog-film-largeDylan-Dog-il-film.jpgDylan Dog – Il Film è senza dubbio uno dei peggiori film che abbia visto negli ultimi cinque anni.
Sapevo dall’ inizio che mi avrebbe deluso ma per non fare la pseudointellettuale snob lo guardai ugualmente.
Risultato: un simil splatter di serie B che non ha nulla in comune con l’omonimo fumetto da cui è tratto.
Ovviamente chi è fan del personaggio bonelliano reputa assurda una trasposizione del genere, dove non riesce minimamente a riconoscere gli elementi che gli hanno fatto amare quell’antieroe di carta.
Perché il film di Dylan Dog conserva solo il nome e l’abbigliamento del personaggio, tutto il resto è lontano anni luce.
Non mi sono arrabbiata perché è ambientato a New Orleans anziché a Londra, certo è improbabile vedere Dylan tranquillo in un’ altra città ma non è un vero problema, nemmeno perché non c’è Groucho, nonostante sia un personaggio fondamentale, e neanche per il colore del maggiolone o perché indossa delle Converse al posto delle Clarks (dovevano americanizzarlo in tutto ovviamente), ciò che mi ha profondamente deluso è l’assenza totale dell’atmosfera malinconica, ma al tempo stesso romantica, che si respira nel fumetto.
Non basta mettere un belloccio per interpretare un personaggio come Dylan, con mille sfumature e con una personalità ben definita.
Invece Brandon Routh, oltre ad avere un viso completamente inespressivo, non riesce a dargli la giusta profondità, ovviamente non potevo sperare di vedere Rupert Everett (Sclavi si ispirò a lui per l’aspetto di Dylan) ma almeno qualcuno che si avvicinasse di più e magari britannico!
Probabilmente a chi non conosce l’investigatore dell’ incubo il film può risultare gradevole ma si fa un’ idea completamente sbagliata del fumetto.
E mi chiedo se fosse davvero necessario questo adattamento, alcune opere devono restare sulla carta per evitare di far danni e creare inutili delusioni.

‘La figata di essere un morto vivente? Non devi fare più jogging.’

Stand by me

pd44643282_423971b_1917795b

Stan by me è il film simbolo della mia adolescenza e ogni visione mi fa tornare indietro di almeno quindici anni (è del 1986 ma io lo vidi la prima volta parecchi anni dopo).

È tratto da un racconto di Stephen King, Il corpo, e racconta l’avventura di quattro amici dodicenni alla ricerca del corpo di un loro coetaneo scomparso qualche tempo prima. In realtà questo è solo il pretesto per raccontare il difficile passaggio dalla fanciullezza all’ adolescenza, senza cadere negli stereotipi e nella retorica che troppo spesso colpisce pellicole di questo genere e ci mostra l’amicizia giovanile, quella per alcuni versi più ‘pura’, in maniera perfetta (splendida la frase ‘Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a 12 anni. Gesù, ma chi li ha?’).

E risulta facile provare empatia per questi ragazzi: c’è Gordie, la voce narrante, ragazzo sensibile che, dopo la morte del fratello, si sente poco a suo agio col padre; Chris, considerato ingiustamente un bullo dimostrerà di essere un ragazzo maturo e, soprattutto, un ottimo amico; Teddy invece deve fare i conti con un padre instabile mentalmente e il suo atteggiamento spesso sopra le righe; Vern il più timido dei quattro, deriso per il suo aspetto.
Quattro personalità distinte ma accomunate da un profondo disagio, spesso difficile da comprendere, che si ritroveranno a maturare insieme.

Il film è diretto in modo superbo da Rob Reiner e con un cast giovane ma molto promettente: Will Wheaton (Gordie), River Phoenix (Chris), Corey Feldman (Teddy) e Jerry O’Connel (Vern) interpretano i quattro protagonisti e Kiefer Shuterland e John Cusack nel ruolo di giovani bulli.

Io consiglierei la visione a chiunque, agli adolescenti e a chi lo è stato, perché sono pochi i film che sanno raccontarti una storia con una dolcezza non smielata e fastidiosa come Stand by me.

L’attimo fuggente

image

L’attimo fuggente rientra a pieno titolo nella lista dei miei film preferiti, anche se ammetto di esserci legata più sentimentalmente  e non perché lo consideri un capolavoro (riconoscendogli comunque un determinato valore e, soprattutto, importanza nel mondo cinematografico).
Il film si affida a un regista (quel Peter Weir troppo spesso sottovalutato) che sa come valorizzare in pieno una sceneggiatura interessante anche se a tratti banale e grazie ad un ottimo cast regala comunque un buon prodotto.
La prima volta che lo vidi rimasi affascinata dall’ atmosfera che aleggiava durante il film, quasi magica, che portava lo spettatore a immedesimarsi negli studenti e a desiderare ardentemente un professore come Robin Williams.
Ed è proprio l’interpretazione magistrale di quest’ultimo il vero punto di forza del film, il personaggio del professor Keating è probabilmente sopra le righe e a tratti potrebbe risultare ‘falso’ ma lui riesce a renderlo decisamente credibile e a far innamorare il pubblico.
Nell’ ultima visione del film, da adulta, ho capito che quell’atmosfera era scomparsa ma allo stesso tempo ho percepito sfumature che non avevo colto da adolescente, sfumature che mi fanno ammettere che L’attimo fuggente è un film leggermente furbo che cerca di conquistare con facile  retorica, questo, tuttavia, non cambia il fatto che continui a considerarlo un film adolescenziale perfetto e che debba essere visto almeno una volta, anche se non si hanno più quindici anni.
D’altronde la sequenza finale vale il prezzo del biglietto, non importa quanto scontata essa sia.

Forrest Gump

Forrest Gump è uno di quei film spesso e volentieri chiamati ‘capolavoro’, osannati dalla critica e amati dal pubblico, vincitore inoltre di numerosi Oscar (sei statuette su tredici nomination).
Io sono una voce fuori dal coro (in realtà sul web si possono leggere diverse opinioni che ritengono eccessivo il termine capolavoro per il film di Zemeckis), pur apprezzando Forrest Gump credo sia uno di quei prodotti confezionati appositamente per ‘smuovere’ le coscienze e a provare una forte empatia col protagonista, perché ammettiamolo nessuno può trovare insopportabile Forrest o sperare che fallisca.
Non so se in questo caso sia giusto di parlare di film sopravvalutato perché comunque si tratta di un buon film, con un ottimo cast (Oscar meritato per Hanks e una bella prova anche per Robin Wright) e dietro la macchina da presa c’è un regista che sa svolgere bene il suo lavoro (ma considero comunque  migliori altri suoi lavori), però mi sono sempre domandata cosa vedessero le persone di così profondo che io non riuscissi a cogliere, io vedevo semplicemente una bella storia non qualcosa di trascendentale che segna il mondo del cinema.
Nel 1995 vinse il premio Oscar come miglior film (a discapito di tre film, a parer mio, superiori: Pulp fiction, Le ali della libertà e persino quel Quiz Show dimenticato da troppi), miglior regista (se non ci fosse stata la presenza di Krzysztof Kieślowski non avrei avuto nulla da ridire), miglior attore, miglior sceneggiatura non originale (come nella categoria miglior film consideravo superiori le altre alternative), migliori effetti speciali e miglior montaggio.
Non credo che questi sei Oscar siano uno scandalo, credo solamente che Forrest Gump si sia venduto bene ma è lontano da quelli che io considero ‘film da Oscar’.
Ma ovviamente de gustibus non disputandum est.

Se mi lasci ti cancello

Eternal sunshine of a spotless mind è sicuramente un film discreto e piacevole e soprattutto che porta a riflettere ma possiamo considerarlo realmente un capolavoro?
Quello che salta subito agli occhi è il trattamento che ha avuto dalla distribuzione italiana quando decise di presentare il film con il discutibile titolo di ‘Se mi lasci ti cancello’. E lo spettatore pensa di trovarsi davanti alla classica commedia spensierata, rimanendo deluso, se pensava di vedere un Se scappi ti sposo 2.0, o affascinato per il tema trattato.
La prima volta che l’ho visto rimasi molto colpita dal soggetto, che portava la firma di quel Kaufman che mi fece perdere la testa con Essere John Malkovic, e dall’atmosfera malinconica che avvolge l’intera vicenda (voler cancellare ciò che ci ha fatto soffrire è qualcosa chiunque ha desiderato almeno una volta nella vita!).
Però ho trovato poco sfruttata l’idea di base, il regista non è riuscito a rendere completo il prodotto che aveva tra le mani. Buono il cast, sia Carey sia la Winslet offrono un’ ottima prova e rendono meno pesanti alcune scene e piacevole la colonna sonora che lo accompagna.
In definitiva considero il film di Gondry un buon prodotto ma credo sia diventato un cult e definito capolavoro più per moda che per valore reale, cosa che nel mondo del cinema, purtroppo, capita spesso.

Them

image

Quando mi proposero la visione di questo film rimasi abbastanza perplessa: un thriller francese non mi attirava minimamente ma decisi di dargli una possibilità.
Mai decisione fu più sensata! Mi sono trovata davanti a un bellissimo e affascinante thriller/horror che mi ha tenuta in tensione per tutti i settantasette minuti della durata.
La trama è abbastanza classica per i film appartenenti al filone home invasion: una coppia vive tranquillamente in una casa isolata e la loro serenità viene interrotta da intrusi.
Lo spettatore si ritrova improvvisamente catapultato in un ambiente cupo e ‘stretto’ in cui la claustrofobia la fa da padrone (cambiando spesso location ma non perdendo assolutamente ritmo) e il non vedere quasi mai in volto gli intrusi alimenta la tensione.
Altri valori aggiunti sono la totale assenza di scene cruente, l’ottimo sonoro e le musiche minimaliste che non distolgono l’attenzione da ciò che il film vuole ottenere: immedisimarsi nei due protagonisti.
Senza dimenticare il finale, spesso punto debole degli horror, agghiacciante e sconvolgente che lascia turbati per parecchio tempo.

Curiosità: come tanti altri film anche questo venne pubblicizzato come tratto da una storia vera ma ha preso solamente spunto da un reale fatto di cronaca.