Shakespeare in love – quando un film vince numerosi premi e nessuno capisce il perché.

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Shakespeare in love è certamente una godibile commedia romantica ma certamente non è questo gran capolavoro che viene descritto. La storia è abbastanza carina, l’amore tra il giovane Shakespeare e un’ attrice (ok è leggermente più complesso di così ma almeno rende l’idea), con tante incongruenze ma in fondo nessuno si aspettava un’opera storica.
Quando lo vidi per la prima volta rimasi abbastanza affascinata (soprattutto dalla scenografia) e a differenza delle solite commediole non mi annoiò ma allo stesso tempo non mi fece nemmeno stracciare le vesti, anche perché quell’anno un altro film mi rapì il cuore: Elizabeth (uno dei film storici più belli che abbia mai visto e con una Blanchett in stato di grazia).
Quindi mi sono sempre chiesta il perché Shakespeare in love abbia ricevuto tutti quei premi (7 Oscar su 13 nomination… follia…): ok la sceneggiatura era interessante, il cast ottimo (a parte il Fiennes junior che a parte il bel visino non ha nulla in comune col talentuoso fratello) ma tutto questo non basta a renderlo un film da Oscar.
Miglior film (e si scontrava con film come Salvate il soldato Ryan, La sottile linea rossa, La vita è bella e soprattutto Elizabeth), Miglior attrice protagonista (ok la Paltrow ha fatto un’ ottima prova ma solo chi non ha visto Elizabeth può preferire lei alla Blanchett!), Miglior attrice non protagonista (qui nulla da dire, la Dench è stata semplicemente superlativa, ma forse sono leggermente di parte…), Miglior sceneggiatura originale (come già detto non mi dispiace ma poi vedi tra le nomination The Truman Show e ti poni due domande), Miglior scenografia (questo ampiamente meritato ma se la poteva giocare con Pleasantiville), Migliori costumi (ci sta anche questo ma avrei preferito Elizabeth o Velvet Goldmine), Miglior colonna sonora in commedia (la verità è che non ricordo una singola nota delle musiche…).
Sicuramente non considero un film bello solo in base agli Oscar vinti ma almeno dovrebbero essere un metro di giudizio per la qualità di un’ opera e Shakespeare in love è un buon film non di certo un capolavoro. Rimarrà uno dei tanti misteri dell’umanità.

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Un male del cinema: il remake

Ultimamente nel mondo del cinema imperversa una moda: rifare film di successo per far incazzare i fan di un determinato prodotto.
Ormai creare nuove storie è un optional e la fantasia a Hollywood sembra aver smarrito la via (in realtà anche il cinema nostrano ultimamente non si sforza minimamente, ma la sua poca originalità è cosa nota anche nei ‘nonremake’). Ultima notizia è il remake di Scarface, in realtà si tratterebbe di un secondo remake perché anche quello di De Palma è ispirato al capolavoro del 1932 di Howard Hawks (particolare purtroppo poco noto a molti): abbiamo realmente bisogno di veder massacrato quel gioiello cinematografico? Perché devono far imbestiallire gli spettatori? Poi leggi tra i nomi degli attori Rihanna nel ruolo che fu della Pfeiffer nel 1983 e inizi a stare fisicamente male e nella testa rimbomba solo una domanda: PERCHÉ?!?
Negli ultimi anni sono troppi i film che hanno fatto danni: primo fra tutti La fabbrica di cioccolato di Burton, perché rovinare la perla del 1971 ancora non l’ho capito, credo questo sia uno dei punti più bassi raggiunti dal regista gotico (credo che molti potrebbero storcere il naso ma rimane uno tra i film più sopravvalutati). Altro scempio sono i vari remake dei film horror: Nightmare, un vero sacrilegio, realizzazione ridicola e attori da denuncia; Non aprite quella porta, ancora mi chiedo perchè, alcune scene rasentano la follia (in termine assolutamente negativo); La maschera di cera, dove il punto più alto della pellicola è raggiunto dalla morte di Paris Hilton (già vedere il suo nome tra gli attori dovrebbe far capire quanto sia interessante).
Altro disastro è Il prescelto, remake di The wicker man, film insulso e senza spessore, un reale stupro al cinema e non lo consiglierei nemmeno al mio peggior nemico.
Ovviamente ci sono le eccezioni ed esistono remake interessanti come Scent of a woman (anche se l’originale rimane comunque superiore) e Ocean’s eleven, che rimane comunque una commedia discreta.
Ma la domanda rimane: abbiamo realmente bisogno di tutte queste copie?

Juno (2007)

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Inizio l’avventura su questo blog con un film che ho visto per la prima volta solo qualche giorno fa (e ancora mi chiedo perché abbia aspettato sei anni prima di vederlo!).

Una commedia indipendente che ha avuto diversi meriti, primo fra tutti quello di far conoscere al grande pubblico una giovane e talentuosa attrice, e che si inserisce a pieno titolo tra i migliori film degli anni duemila.

La storia non è molto originale (un’adolescente che rimane incinta non è certamente una novità) ma ciò che rende il film più che godibile è l’attenta analisi dei personaggi, non c’è nessuno banale e persino quelli marginali hanno un certo spessore, e la profondità del racconto, mascherata spesso da ironia tagliente e scene quasi surreali.

È affascinante assistere alla maturazione della giovane protagonista e a come lo spettatore si ritroverà a immedesimarsi in lei, o nei genitori adottivi o nel fidanzatino.

I novanta minuti scorrono veloci (forse fin troppo e se proprio devo trovare dei difetti al film inserire la lunghezza) e al termine si sorride e si ha voglia di premere nuovamente play.

Come già detto la sceneggiatura non tratta un argomento nuovo ma la giovane Diablo Cody è comunque riuscita a non renderla scontata o banale, con dialoghi da far invidia a colleghi più affermati (peccato poi abbia diretto un film come Jennifer’s body ma quella è un’altra storia).

Menzione speciale anche per i due attori protagonisti: Ellen Page dimostra di avere davvero talento e non sfigura minimamente davanti alla veterana Jennifer Garner (nonostante qui abbia dato una discreta prova recitativa per essere un’attrice mediocre e sopravvalutata) e Michael Cera con la faccia da perenne sfigato intenerisce e affascina allo stesso tempo.

Assolutamente consigliato.

‘Juno, la persona giusta penserà che tu caghi rose dal sedere.’